L’Asia; “il rifugio” dal mondo

Spesso siamo portati a mitizzare l’Asia ben oltre misura, come se parlare di approcci orientali alla vita fosse sinonimo di raffinatezza e sensibilità a prescindere dalle zone di questo sconfinato continente.

Chi ha letto “L’odore dell’India” di Pier Paolo Pasolini saprà a cosa mi riferisco.

A partire dagli anni ’60 l’India diventò la terra della spiritualità, un luogo mistico nel quale rifugiarsi da un mondo che aveva perso la direzione o che, al contrario, andava troppo velocemente verso la catastrofe.

Chi non si riconosceva nel rozzo materialismo di stampo americano, ma nemmeno nell’anonimo modello sovietico, pensò di trovare qualcosa di diverso, una “terza via”, nella “spiritualità indiana”.

Ma l’India non solo è tante cose, e tra loro piuttosto diverse, ma è cambiata, e non poco, rispetto a sessant’anni fa.

Turismo di massa e globalizzazione in Asia

Il turismo di massa e la globalizzazione hanno ridotto buona parte del mondo ad un posto ovunque identico a se stesso, un posto nel quale comprare con il denaro emozioni di cartapesta, finte rappresentazioni simboliche che il turista esige, ma che quasi mai definiscono la realtà.

E così, in cambio di pochi spiccioli, l’impiegato si trasforma in santone indiano e nella vasta Africa Nera immaginiamo solo tamburi e danze tribali.

L’India, o meglio alcune zone del paese, è stata travolta da orde di turisti, spesso facoltosi, che ricercavano l’inconsueto, qualsiasi cosa significasse questo termine per loro.

Dagli anni ’60 in poi milioni di occidentali hanno pagato in cambio di sedicenti esperienze spirituali, impoverendo in tal modo una terra disabituata al denaro e perciò più vicina al pensiero puro.

Sono poche, oggi, le parti del pianeta non ancora intaccate dalla logica del denaro e dobbiamo fare lo sforzo di ricercarle con il piglio e la curiosità del viaggiatore vero, cioè di colui che non si fa abbindolare dalle mode, ma nemmeno dalle contro mode.

Perché andare in Sud Est Asiatico

Nella mia personale esperienza ogni volta che vado in Sud Est Asiatico faccio finalmente qualcosa di diverso ritrovandomi puntualmente nelle descrizioni che Pasolini faceva dell’India sessantottina.

E anche se diverso non significa per forza migliore, per cosa viaggiamo se non per confrontarci con realtà differenti dalle nostre? 

Per cosa viaggiamo se non per la curiosità di venire a contatto con ambienti e società che possano arricchirci con punti di vista che si discostano dai nostri? 

Per cosa, se non per vedere la realtà da una prospettiva differente?

Anche il Sud Est Asiatico, così come l’India, è una regione troppo ampia per poterla esaurire in poche righe: la Birmania non è la Thailandia e il Vietnam non è la Malesia.

Ma molte cose accomunano questi paesi così diversi tra loro, e il perenne sorriso di persone pronte a tutto pur di non cedere all’esasperante individualismo tipico della società occidentale, secondo me le racchiude tutte.

In Laos, il paese del milione di elefanti, sarai travolto da una semplicità sconosciuta, una semplicità così sfrontata che, almeno inizialmente, ti risulterà difficile comprenderla.

In Thailandia, l’amore per la tranquillità di pensiero ti avvolgerà come un manto protettivo e rimarrai perplesso nel pensare ai modi di vivere frenetici che hai lasciato a casa.

E i vietnamiti, che hanno saputo perdonare l’imperdonabile, ti accoglieranno come un fratello, un fratello legato a loro per il semplice fatto di appartenere tutti quanti alla razza umana.

Perché, dunque, andare in Sud Est Asiatico?

Per il semplice fatto che molte parti di questa regione sono ancora intatte, vergini di esperienze globalizzanti, e se saprai viaggiare con la mente e con il cuore tra le sue infinite etnie tornerai a casa con un bagaglio umano ed esperienziale davvero unico.

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